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Edward mani di forbice: La creatura incompiuta e la mostruosità del conformismo

Immagine del redattore: daniela mercorelli
daniela mercorelli
12 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Nel nostro itinerario di ottobre attraverso i territori del Perturbante, abbiamo finora esplorato le ombre che nascono dall'interno. Abbiamo visto la psiche di Nina Sayers frantumarsi sotto la pressione della perfezione in Black Swan, e abbiamo osservato l'anima di Dorian Gray corrumpersi dietro la maschera dell'eterna giovinezza. In entrambi i casi, il "mostro" era un prodotto dell'ossessione e dell'ego.

Con Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, 1990), terzo tassello del nostro viaggio, Tim Burton compie una virata fondamentale. Il regista americano ribalta la prospettiva tradizionale del genere gotico: il mostro non è più una minaccia che viene dall'oscurità per contaminare il mondo degli uomini, ma un'anima pura e indifesa che viene contaminata, sfruttata e infine respinta dalla presunta "normalità".



La traiettoria dell'incompiuto


La fortezza gotica: Isolamento, memoria e creazione al di sopra della vallata.

Edward: L'anima innocente la cui anatomia (forbici al posto delle mani) rende impossibile il contatto senza ferita.

La periferia pastello: La maschera dell'ordine borghese, la curiosità esotica e il conformismo soffocante.

Il capovolgimento etico: La scoperta che la vera ferocia non abita la diversità, ma la norma.


1. La frattura visiva: Il castello oscuro e il sobborgo a pastello

L'architettura scenografica di Edward mani di forbice costruisce una delle metafore visive più efficaci della storia del cinema moderno. Da un lato c'è la fortezza gotica, arroccata su una collina scura, fatta di pietra grezza, tetti a punta e ombre allungate. Dall'altro c'è il quartiere residenziale sottostante, un'estesa distesa di casette identiche dipinte in soffici tonalità pastello: rosa confetto, verde menta, azzurro cielo, giallo canarino.

Apparentemente, il castello rappresenta l'inquietudine e il pericolo, mentre il sobborgo incarna l'ordine, la sicurezza e il benessere della classe media. Tuttavia, Burton svela rapidamente l'illusione di questa dicotomia:

  • La fortezza gotica è in realtà un luogo di creazione, poesia e ricordo. All'interno del palazzo vive un inventore illuminato (interpretato da Vincent Price) che non lavora per dominare la natura, ma per donare la vita e plasmare la bellezza.

  • Il sobborgo a pastello è invece il regno della sterile omologazione. Le case identiche rispecchiano le esistenze identiche dei loro abitanti, la cui quotidianità è scandita dal pettegolezzo, dalla curiosità morbosa e da un conformismo sociale rigido e soffocante.

Quando Peg Boggs, rappresentante di cosmetici premurosa e materna, sale al castello e incontra Edward — una figura pallida, dagli abiti in pelle nera ricchi di cerniere e fibbie, con lame affilate al posto delle mani — non vede una minaccia, ma un giovane solo e bisognoso d'aiuto. Portandolo nella propria casa, Peg innesca l'incontro tra due mondi inconciliabili.

2. L'anatomia dell'incompiutezza: La tragedia del tocco

Edward è una creatura letteralmente incompiuta. Il suo creatore è morto un istante prima di potergli montare le mani umane che aveva già realizzato per lui, lasciandogli al loro posto le protesi provvisorie in acciaio con cui lo aveva assemblato.

Questa condizione anatomica trascende il semplice dato scenografico e diventa una metafora esistenziale di straordinaria potenza:

  1. L'impossibilità dell'abbraccio: Le mani di Edward sono strumenti che tagliano, feriscono e dividono. Ogni suo tentativo di esprimere affetto, di accarezzare o di avvicinarsi all'altro rischia di trasformarsi in una ferita accidentale. La tragedia di Edward è la tragedia di chi possiede un'infinita sensibilità emotiva ma è privo degli strumenti per comunicarla senza fare del male.

  2. L'arte come linguaggio compensativo: Poiché non può toccare i corpi senza ferirli, Edward utilizza le sue lame per scolpire la materia attorno a sé. Trasforma i cespugli del quartiere in sculture botaniche maestose (dinosauri, uccelli, mani giganti), i capelli delle signore in acconciature d'avanguardia e i blocchi di ghiaccio in angeli sospesi. La sua creatività non è vanità, ma l'unico modo in cui un'anima isolata riesce a dialogare con il mondo esterno.


Il paradosso di Edward: Tactus et Vulnus


Intenzione emotiva: Desiderio profondo di contatto, cura e tenerezza interpersonale.

Strumento fisico: Lame affilate di acciaio inossidabile che dividono ciò che vorrebbero unire.

Risultato sociale: Incomprensione, paura e graduale condanna da parte della comunità.


3. L'illusione dell'accoglienza e la deriva del capro espiatorio

In un primo momento, l'arrivo di Edward nella comunità di provincia viene accolto con un entusiasmo superficiale. Per gli abitanti del sobborgo, Edward è una novità esotica, un fenomeno da baraccone che spezza la monotonia quotidiana. Le signore del quartiere lo lusingano, se lo contendono per farsi sistemare il giardino o i capelli, e cercano persino di sfruttare la sua innocenza per i propri desideri frustrati.

Tuttavia, questo interesse non è mai empatia o reale comprensione della sua diversità: è semplice feticizzazione del diverso. Edward viene accettato solo finché si dimostra utile, docile e funzionale alle logiche del quartiere.

Fase del rapporto

Atteggiamento della comunità

Funzione simbolica

Curiosità esotica

Entusiasmo, inviti ai party, ammirazione per le sculture

Il diverso vissuto come intrattenimento innocuo

Sfruttamento

Richiesta di favori gratuiti, tentativi di manipolazione

Il diverso ridotto a strumento di gratificazione dell'ego

Capro espiatorio

Sospetto, paranoia crescente, accuse di violenza

Il diverso trasformato in minaccia per l'ordine sociale

Caccia al mostro

Persecuzione di massa, cieca violenza collettiva

Rifiuto sistematico e rimozione del perturbante

Non appena Edward dimostra di non comprendere le regole ipocrite della proprietà privata e del guadagno — venendo manipolato da Jim, il fidanzato di Kim (Winona Ryder) — l'atteggiamento della gente cambia radicalmente. La comunità ha bisogno di un capro espiatorio su cui proiettare le proprie frustrazioni e il proprio senso di colpa. In poche ore, l'artista ammirato torna a essere "il mostro della collina".


4. Il capovolgimento del Perturbante: La norma come vero orrore


Secondo la celebre definizione freudiana, il Perturbante (Unheimlich) è qualcosa che dovrebbe rimanere nascosto e che invece affiora, rendendo estraneo ciò che prima ci era familiare.

In Edward mani di forbice, Tim Burton opera un cortocircuito geniale:

  • Ciò che appare strano ed estraneo (Edward, il suo abbigliamento cupo, le sue forbici, il suo silenzio) si rivela essere il luogo della grazia, della lealtà e dell'amore incondizionato.

  • Ciò che appare familiare e rassicurante (i pratini allineati, i sorrisi di circostanza, le cene di quartiere) si svela come il regno dell'ipocrisia, dell'egoismo e della ferocia preventiva.

La vera mostruosità del film non risiede nelle lame di Edward, ma nel conformismo cieco della folla che armata di torce e bastoni insegue l'innocente per ricacciarlo nel suo isolamento. Come già aveva intuito Mary Shelley nel suo Frankenstein, la società punisce nella creatura ciò che essa stessa ha contribuito a deformare.


5. La poesia della neve e la distanza necessaria

Nel finale del film, Kim, ormai anziana, racconta alla nipote la storia di Edward. Rifugiato per sempre nel suo castello in cima alla montagna, Edward continua a scolpire enormi blocchi di ghiaccio. Le scaglie che volano via sotto i colpi delle sue lame vengono trasportate dal vento e cadono sul sobborgo sotto forma di neve.

Prima dell'arrivo di Edward, la neve non era mai caduta su quella cittadina. La neve diventa così il simbolo di una memoria poetica indelebile: il segno che un'anima pura ha toccato quel mondo arido, lasciando una traccia di pura bellezza che il conformismo non potrà mai cancellare.

Edward sceglie l'isolamento non per odio, ma per proteggere l'amore. La sua storia ci ricorda che in un mondo ossessionato dall'uniformità e dalle apparenze, la vera delicatezza deve talvolta ritirarsi nella solitudine per conservare la propria integrità.


La bussola del nostro percorso


  1. Black Swan — L'ossessione interiore per la perfezione assoluta.

  2. Il ritratto di Dorian Gray — La scissione morale tra la maschera estetica e l'anima.

  3. Edward mani di forbice — La bellezza dell'incompiuto contro la violenza del conformismo.

  4. Frankenstein — Prossima tappa: La solitudine del rifiuto e la responsabilità del creatore.


Siamo giunti a metà del nostro viaggio d'ottobre. Dopo aver esplorato come il cinema burtoniano abbia difeso la poesia del "diverso", la nostra prossima tappa ci porterà alle radici della letteratura gotica moderna: Frankenstein di Mary Shelley, per indagare il dramma della creatura rifiutata e la terribile responsabilità morale di chi gioca a fare Dio.

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