La Distopia della Coscienza: "L'avvocato del diavolo" e l'Anestesia del Libero Arbitrio

Come "spacciatrice di film" e curiosa per natura, sapete bene che per me il cinema non è mai un semplice passatempo o un contenitore di evasioni a buon mercato. Il grande schermo ha questo potere straordinario: ci prende per mano, ci spalanca davanti specchi imprevisti e ci costringe a guardare lì dove spesso preferiremmo voltare lo sguardo.

Oggi voglio parlarvi di un cult del 1997 che ho rivisto di recente con occhi diversi: L'avvocato del diavolo (The Devil's Advocate), diretto da Taylor Hackford e interpretato da un memorabile duo formato da Keanu Reeves e Al Pacino.
A prima vista potrebbe sembrare un thriller giudiziario condito da sfumature horror e demoniache. Ma, guardandolo a fondo, mi sono resa conto che il film indaga qualcosa di molto più profondo e inquietante: una vera e propria realtà distopica dell'essere umano. Non una distopia fatta di macerie post-apocalittiche o macchine oppressive del futuro, ma una distopia sottile e quotidiana dell'anima, dove il male non ha bisogno di catene per sottometterci, perché siamo noi stessi a consegnargli le chiavi della nostra coscienza.
New York come "Babilonia" e la Legge come Nuovo Sacerdozio
La parabola del film segue Kevin Lomax (Keanu Reeves), un giovanissimo e rampante avvocato della Florida celebre per non aver mai perso una causa. Messo di fronte alla consapevolezza che un suo cliente (un insegnante) è realmente colpevole di abusi su minori, Kevin sceglie di non cedere alla sconfitta: demolisce la credibilità della giovane vittima in aula e ottiene l'assoluzione. È il punto di non ritorno. Questa vittoria gli spalanca le porte del successo e gli garantisce un ingaggio d'oro a New York presso un prestigioso e potentissimo studio legale .

Nonostante i moniti religiosi della madre — che rivede nella metropoli newyorkese la dimora demoniaca di "Babilonia la Grande" descritta nell'Apocalisse — Kevin si catapulta in questo nuovo mondo fatto di lusso inebriante, attici mozzafiato e cause milionarie insieme alla moglie Mary Ann (Charlize Theron) .
Ed è proprio qui che emerge la prima intuizione distopica della pellicola: la legge viene spogliata di ogni tensione verso la giustizia ed elevata a "nuovo sacerdozio". Il sistema giudiziario e finanziario della metropoli si trasforma in una macchina predatoria e cinica, una tecnologia del desiderio in cui l'unica cosa che conta è vincere, assolvere il potere e far salire "il puzzo fino in cielo". In questo ambiente, l'ambizione non è una virtù, ma il veleno che lentamente isola gli affetti e consuma la lucidità di chi ci sta accanto.
John Milton e la Seduzione della Lusinga
A capo di questo impero troviamo John Milton, interpretato da un Al Pacino in uno stato di grazia assoluto. Il suo nome non è casuale: è un chiaro e raffinato omaggio all'autore del Paradiso Perduto, con esplicite citazioni alla celebre massima "meglio regnare all'Inferno che servire in Paradiso".

John Milton è la personificazione di Satana, ma la sua genialità sta nel suo metodo. Non usa le minacce o la forza bruta; il Diavolo del film agisce attraverso la lusinga, la seduzione e la messa in scena di opportunità irresistibili.
Tra tutti i vizi capitali, Milton ha una preferenza dichiarata:
"La vanità è decisamente il mio peccato preferito. È l'oppiaceo più naturale."
La vanità, in questa realtà distopica, funziona esattamente come un anestetico dell'anima. È quel narcisismo strisciante che ci persuade di essere invincibili, che ci spinge ad accumulare successi per auto-compiacimento e che ci fa dimenticare l'impatto delle nostre scelte sugli altri. Per Kevin, non si tratta mai solo di soldi: si tratta dell'incapacità patologica di accettare la sconfitta, di quell'impalcatura d'orgoglio che gli impedisce di fermarsi anche quando la vita della moglie Mary Ann sta crollando nel baratro delle visioni e della follia.
Il Monologo Finale: L'Umanesimo Luciferino e il Libero Arbitrio
Il vertice filosofico del film si raggiunge nel leggendario confronto finale. Quando Kevin scopre la vera identità di Milton e lo accusa di aver distrutto la sua vita e la sua famiglia, il Diavolo ribalta completamente la prospettiva con una logica stringente:

"Io non sono un burattinaio, io non faccio succedere le cose... Ho solo preparato la scena, i fili te li tiri da solo!"
In uno dei monologhi più celebri del cinema moderno, Milton si autoproclama "l'ultimo degli umanisti". Accusa Dio di essere un "guardone giocherellone" che impone all'uomo regole contraddittorie ("guarda ma non toccare, tocca ma non gustare") per poi sbellicarsi dalle risate davanti alle nostre cadute. Il Diavolo, al contrario, rivendica di non aver mai giudicato l'uomo per le sue imperfezioni e le sue pulsioni morali, celebrando il XX secolo come il secolo del suo trionfo assoluto.
Qui il film affronta il grande nodo concettuale: il libero arbitrio è una certezza reale o una tragica illusione?
Messo alle strette, Kevin tenta un atto di ribellione suprema: rivendica il proprio libero arbitrio e si spara alla testa pur di interrompere il piano diabolico. Il gesto sembra rompere l'incantesimo: il tempo si riavvolge e Kevin si ritrova a spavento nell'aula di tribunale dell'inizio, durante la pausa del processo al professore pedofilo. Deciso a fare la cosa giusta, rifiuta di proseguire la difesa, accettando il rischio della radiazione pur di salvare la propria etica e la propria moglie.
Sembrerebbe il classico lieto fine di redenzione. Ma è proprio negli ultimi secondi che il film scaglia la sua stoccata più feroce e distopica. Un giornalista si avvicina a Kevin sulle scale del tribunale, promettendoli fama, copertine e interviste per la sua "crisi di coscienza". Kevin, lusingato dall'idea di essere celebrato come un eroe morale, cede e accetta. E mentre si allontana, il volto del giornalista si trasforma in quello di John Milton, che guarda verso la telecamera e sornione bisbiglia: "Vanità, decisamente il mio peccato preferito"
.

La Vera Distopia siamo Noi
È questo finale a rendere L'avvocato del diavolo un'opera profondamente attuale e disturbante. La vera distopia dell'essere umano non risiede nell'impossibilità di scegliere, ma nel fatto che il male conosce così bene le nostre debolezze da farci rientrare nella trappola proprio attraverso la porta della nostra presunta virtù. Persino quando crediamo di aver fatto la scelta giusta, il demone dell'auto-compiacimento e della reputazione è lì pronto a riprendersi il palcoscenico.
Il film ci ricorda che non servono patti col demonio firmati col sangue per perdere la propria umanità; basta un piccolo compromesso al giorno, una piccola dose di vanità a cui non sappiamo rinunciare, un successo difeso a spese della verità.
E voi avete mai rivisto "L'avvocato del diavolo"? Vi è mai capitato di sentirvi smarriti davanti a quella sottile linea di confine in cui la vittoria personale rischia di soffocare la nostra etica? Raccontatemelo nei commenti!





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